L'America in un mare di dollari
Questa volta è diverso. Per cercare di avere una chiave di lettura
su quanto sta accadendo sui mercati monetari internazionali, e al
dollaro soprattutto, possono essere utili alcune premesse.
E
attraverso la vicenda del dollaro, e i suoi rapporti con le altre
valute, si chiariscono un poco i contorni e le conseguenze della crisi
scatenata sui mercati americani e internazionali dai mutui americani,
ma legata a molti altri fattori, primi fra tutti l'enorme liquidità
immessa nel sistema mondiale negli ultimi anni e il forte
indebitamento estero degli Stati Uniti.
Con l'aggiunta al momento e in
un mondo molto più interconnesso che non 30 anni fa di un grosso
rischio potenziale rappresentato dalla fragilità del sistema
creditizio cinese.
Primo, ogni decennio a partire dagli anni '70 ha visto amplissime
fluttuazioni del dollaro, che sono essenzialmente servite agli Stati
Uniti per compensare gli squilibri tra entrate e uscite. Il dollaro,
moneta quasi esclusiva di riferimento per gli scambi internazionali e
finora principale store of value , riserva di potere d'acquisto, è
sceso una prima volta facendo saltare il sistema dei cambi fissi di
Bretton Woods perché Washington cercava nello stesso tempo, e senza
aumentare le tasse, di finanziare sia la Great Society che la guerra
in Vietnam. L'America vendeva dollari, e il dollaro diventava, saltati
i parametri dei cambi fissi, la sua principale materia prima
d'esportazione.
Secondo, il risultato fu la grande inflazione americana degli anni
'70, che è più all'origine che non una conseguenza dei fortissimi
aumenti del greggio di quegli anni. All'inizio infatti il petrolio
aumentò perché il dollaro, moneta di scambio, stava perdendo valore.
Poi si aggiunsero altre dinamiche, economiche e politiche. Tra cui la
politica lassista della Fed di Arthur Burns per aiutare nel '72 la
rielezione di Richard Nixon, che ci fu e fu trionfale.
Terzo, vinta l'inflazione dalla Fed di Paul Volcker, risalito
prepotentemente il dollaro, si arriva alla politica di spesa e
indebitamento, in assenza di adeguata imposizione fiscale interna.
Reagan lo fece più sul piano ideologico, una scommessa sull'America,
che su quello pratico, poiché tagliò una volta le imposte ma le
aumentò anche in tre tornate successive. Ma comunque sul finire del
secondo mandato di Ronald Reagan, nel 1987 probabilmente, gli Stati
Uniti, Paese storicamente debitore dall'Indipendenza al 1915, poi
ininterrottamente creditore e cassaforte del mondo e lender of las
resort dal 1915 in poi, diventano debitori netti sull'estero. Da
allora, e sono 20 anni, si sono contrapposte due scuole di pensiero.
Una, che ha trovato uno dei suoi più chiari propagandisti in George
Gilder, diceva (e dice) che tutti vogliono investire negli Stati Uniti
perché è l'economia più aperta e rassicurante e perché nel mondo
globalizzato non esistono più confini. Molti altri hanno obiettato che
ai debiti c'è sempre un limite, anche per gli Stati Uniti, e che prima
o poi sarebbe stato necessario rientrare, e fra questi l'economista e
politologo Barry Eichengreen ha sviluppato argomentazioni fra le più
chiare.
Quarto, negli anni di Bill Clinton, favoriti da una congiuntura
favorevolissima, gli Stati Uniti mettono ordine nei bilanci pubblici,
l'indebitamento estero rallenta, ma rimane. Non cambia l'impianto di
una superpotenza che ipoteca il suo futuro finanziario.
Quinto, il nuovo millennio, l'attacco alle due torri di Manhattan, la
guerra in Irak e Afghanistan, i forti tagli fiscali di George W. Bush.
Balzo delle spese, inadeguatezza delle entrate. Si aggiunge una
politica monetaria eccessivamente facile nel 2003-2004, quando i tassi
reali sul dollaro erano sottozero, fatta da Alan Greenspan, allievo a
suo tempo di Arthur Burns, per favorire la rielezione di George W.
Bush nel 2004, che ci fu e rilevante quasi quanto quella di Nixon nel
'72.. Esplode l'indebitamento estero. Il deficit delle partite
correnti che era stato in media di 91 miliardi l'anno nel 1990-1996 e
di 176 nel 1997-1999 arriva a 539 nel 2003 a 833 nel 2006 e
probabilmente a 850 quest'anno. Gli stranieri, che detengono "solo" il
13% dei titoli americani quotati a Wall Street, hanno però il 43-44%
del debito pubblico americano e Giappone e Cina, con il 63% di questa
quota, fanno la parte del leone. Il Paese si è indebitato sempre più.
Gli investimenti interni sono stati assicurati sempre meno dal
risparmio interno pubblico (in aumento dal 2003) e privato (in calo a
ormai azzerato), e sempre più da capitali dall'estero. Bene! E' segno
che l'America è grande e considerata il più solvibile dei Paesi, hanno
detto in molti (ma non la maggioranza).
Il che è vero, ma ha un inevitabile prezzo sui cambi del dollaro. Ora,
il dollaro si era già indebolito e gradatamente da cinque anni
posizionato per quella che doveva essere, fino ai primi anni del
prossimo decennio, una lunga fase di graduale aggiustamento, di
maggiori esportazioni, meno importazioni, più risparmio. Era
l'auspicato soft landing, bisognoso di una politica monetaria
moderatamente restrittiva, per tutelare la moneta. Il soft landing
teme una cosa: una fuga dal dollaro, che lo trasforma in hard landing.
Ma ora la necessità di rilassare le leve monetarie per dare liquidità
ed evitare bancarotte da mutui subprime e architetture finanziarie
ardite rischiano ad ogni passo, ad ogni imprevisto, di scatenare il
temuto scenario dell'hard landing. Con parziale scaricamento delle
posizioni in dollari e quindi riduzione del credito agli Stati Uniti.
Se questo avviene la scelta per la Fed rischia di essere tra
inflazione, già seminata dalla politica di Alan Greenspan, e
recessione. In un anno elettorale come il 2008 la politica
difficilmente può essere recessiva.
Ma per gettare qualche prudente sguardo sul futuro, occorre prima
vedere alcuni altri attori, Golfo Persico, Asia e Russia, e il grado
della loro esposizione in dollari, cosa che faremo domani in un
secondo articolo. E l'area Ue, detentrice dell'unica altra moneta di
grande ruolo internazionale, e che rischia di trasformarsi ora in uno
store of value fin troppo richiesto e pericoloso per le esportazioni
europee. Comunque sia, il 2007, nella storia ormai quasi secolare del
dollaro come moneta internazionale, sarà un anno da non dimenticare.
Fonte:
www.ilsole24ore.com
21 settembre 2007