Banche europee, chi rischia la fine di Northern Rock
Ufficialmente tutti corrono a gettare acqua sul fuoco, ma un
gruppetto di istituti europei ha una presenza diretta in Usa. In
Italia nessun pericolo
Autorità monetarie, report, relazioni di esperti: sono tutti concordi
nel dire che, in Italia, rischi di contagio della crisi subprime
praticamente non esistono.
E non ci sono, in parte grazie
all’arretratezza del sistema bancario italiano, che di finanziamenti a
clienti con scarse garanzie in genere non ne dà, né usa tecniche
aggressive di copertura mutui sul valore intero degli immobili o,
peggior cosa, presta soldi senza le opportune ipoteche. Non a caso,
quando le banche sono state travolte dalle sofferenze quasi sempre è
stato a causa di vischiosità ambientali se non peggio come dimostrano
le tante crisi creditizie meridionali degli anni andati.
Sia come sia, il governatore Mario Draghi ha ricordato recentemente al
Cicr che le principali banche italiane non hanno esposizione diretta
nel settore dei mutui subprime, hanno un’esposizione indiretta
(attraverso investimenti in cartolarizzazioni di mutui subprime) per
soli 1,3 miliardi e infine hanno garantito linee di credito ai veicoli
che emettono le cartolarizzazioni per 1,6 miliardi, di cui solo 80
milioni realmente utilizzati. Meno di niente, anche se la Vigilanza
continua a monitorare la situazione, tanto che negli ultimi giorni
della settimana scorsa è stata inviata una lettera alle principali
banche, con una richiesta molto particolareggiata di nuove
informazioni.
Insomma, nel nostro paese non sono immaginabili contagi e stati di
malessere acuti, sul genere della Northern Rock bank. Diverso è il
discorso sottolineato dallo stesso Draghi del progressivo
deterioramento delle condizioni del credito, delle tensioni
sull’interbancario e della crescente illiquidità del mercato delle
cartolarizzazioni in particolare e dei prodotti strutturati in
generale: un irrigidimento che rende più difficile per le banche
smontare posizioni ove abbiano necessità di farlo e comunque
rifinanziarsi.
La stretta sulla liquidità è uno degli aspetti forse più preoccupanti
di questa crisi e il termometro chiarissimo è il tasso Euribor a tre
mesi, stabilmente intorno 4,70 per cento mentre dovrebbe superare di
una decina di centesimi di punto i tassi indicati dalla Bce (finora,
fermi al 4 per cento). Segno evidente che le banche non si fidano,
reputano il rischio controparte superiore ai livelli fisiologici e
preferiscono tenere i soldi metaforicamente sotto il materasso, invece
che immetterli sul mercato.
Per alcune banche è proprio questo aspetto della crisi che rischia di
mordere di più: basti pensare a quegli istituti che hanno necessità di
finanziamento non prorogabili e che pagano di più pur di avere mezzi
freschi (ad esempio Italease, che deve da un lato finanziare i
contratti di leasing e dall’altro varare un aumento di capitale per
ricostituire i ratio patrimoniali); o ancora a quelle banche che non
riescono comunque a trovare udienza sul mercato, come era successo a
suo tempo alla Northern Rock.
Esistono, a livello europeo, nuovi focolai di crisi analoghi?
Ufficialmente, tutti corrono a gettare acqua sul fuoco, sottolineando
soprattutto la solidità patrimoniale delle banche nel Vecchio
continente; tuttavia, un gruppetto di istituti europei ha una presenza
diretta negli States, dove opera come banca commerciale, e in questi
casi inevitabilmente ha una parte di esposizione anche ai mutui
subprime.
In particolare, le banche europee con queste caratteristiche sono la
Hsbc, la Royal Bank of Scotland, l’Abn Amro, Bnp Paribas e Bbva,
ricorda l’agenzia di rating Fitch, mentre un’altra banca, la Halifax
Bank of Scoltland, era finita sotto i riflettori, perché aveva scelto
di provvedere in proprio alla raccolta di fondi per il suo veicolo
Grampian, che in genere si finanziava da solo sul mercato ma, in
questo contesto, aveva trovato credito solo a tassi troppo alti;
insomma, niente a che vedere con la Northern Rock, tanto che gli
analisti della Dresdner Kleinwort hanno emesso un giudizio di "buy"
sulla Halifax, ma di questi tempi la decisione di finanziare un
veicolo viene automaticamente letta come un segnale di crisi.
Volendo cercare un indicatore indiretto di soglia di attenzione, non
ancora di pericolo ma per così dire di preallerta, si potrebbe leggere
in questa chiave la classifica fatta da Fitch proprio sulla base delle
linee di credito messe a disposizione dei veicoli che gestiscono le
cartolarizzazioni in percentuale della propria raccolta fondi generica
(veicoli, occorre precisare, che cartolarizzano non solo mutui
subprime e non solo attività ad alto rischio, ma appartenenti alla
categoria dei titoli Asset backed commercial paper).
Questa particolare classifica non ha valore assoluto, ma forse non è
un caso se al primo e al secondo posto troviamo le due banche tedesche
che hanno avuto bisogno di un salvataggio: la Landesbank Sachsen e la
Ikb, che avevano entrambe un rapporto linee di credito ai
veicoli/raccolta fondi in generale intorno al 30 per cento. Al terzo
posto troviamo l’Abn Amro, che ha un rapporto di poco superiore al 10
per cento e, in valore assoluto, è quella che ha messo maggiori linee
di credito a disposizione di questi veicoli (107,5 miliardi di
dollari).
A seguire troviamo l’Hypo real estate group, Lloyd bank, Bayerische,
Calyon Dresdner, Société Générale e poi giù fino alla Bayerische Hypo
und Vereinsbank (quella che fa capo ad Unicredit) che ha un rapporto
linee di credito/raccolta fondi totale di poco superiore al 5 per
cento (mentre di poco inferiore è il rapporto della Deutsche bank). E
poi ancora, Ing e Csfb stanno tra il 3 e il 3,5 per cento, Bnp sotto
il 2,5 per cento, Santander a poco sopra l’1,13 per cento e Intesa
Sanpaolo, unica banca compresa in questo particolarissimo campione, lo
0,85 per cento (in quart’ultima posizione).
Se invece si considerano le banche sponsor delle cartolarizzazioni, a
livello europeo non c’è nemmeno un istituto italiano tra le prime
quindici banche commerciali: in questo caso, al primo posto troviamo
l’inglese Halifax, seguita da Abn, da Hsbc e da due olandesi, Ing e
Fortis. All’ultimo posto c’è la WestlB, con meno di 10 miliardi di
dollari.
Fonte:
www.repubblica.it
24 settembre 2007