Tassi, Bce e crisi dei mutui
Rendere onore alla stabilità dei prezzi nella città della
Bundesbank è naturale quanto togliersi le scarpe prima di entrare in
moschea.
Non ci sarebbe nulla di rivelatorio nelle parole di Mario
Draghi ieri a Francoforte se non fosse per alcune implicazioni
involontarie ma suggestive: la crisi finanziaria in corso non verrà
affrontata in Europa con riduzioni dei tassi d’interesse sul tipo di
quelle americane e le sue conseguenze negative sulla crescita quindi
dovranno trovare risposta nelle politiche strutturali delle nostre
economie.
Per un Paese come l’Italia in condizioni di governo
instabile significa da un lato poter beneficiare della stabilità
«europea», ma dall’altro doversi impegnare politicamente nelle riforme
più di quanto consiglierebbe la fragilità del governo.
Anche un Paese che non è in grado di prevedere a chi faranno capo le
responsabilità pubbliche nemmeno tra poche settimane, può far conto
sulla delega all’Europa di parte della propria sovranità: grazie alla
Bce, l’inflazione sarà stabile, i risparmi saranno tutelati e il ciclo
degli investimenti potrà continuare. Inoltre i vincoli fiscali di
Bruxelles limitano i rischi che il debito pubblico aumenti. Quello che
ci dice il linguaggio di Francoforte è che, nonostante se stessa,
l’Italia, questa strana macchina senza volante, non finirà fuori
strada. Tuttavia potrebbe fermarsi in mezzo alla via. La crisi del
credito si sta trasferendo sull’economia reale. In modo più vistoso
negli Stati Uniti e in modo più graduale in Europa. Le previsioni di
crescita negli Usa per il 2008 sono state abbassate di un punto di pil.
In passato, secondo stime della Bce, in presenza di un forte
apprezzamento dell’euro, ciò si traduceva in una minore crescita anche
in Europa di oltre lo 0,5%. Ma questa volta le conseguenze dovrebbero
essere meno gravi. L’export verso gli Usa conta ormai solo per un
settimo del totale europeo, contro un quarto di dieci anni fa. Negli
ultimi quattro anni l’Europa ha aumentato invece del 60% l’export
verso Paesi emergenti che non sono per ora colpiti dalla crisi
americana. Secondo stime tedesche, nel 2007 l’export verso gli Usa
calerà del 5% in valore, in parte compensato dalle importazioni di
altri Paesi. È ragionevole stimare per l’economia europea una
riduzione del tasso di crescita dello 0,3% nel 2008, più sensibile in
Spagna (il cui mercato immobiliare è a rischio) e in Germania e Italia
(più esposti all’export). Per l’Italia una battuta d’arresto delle
esportazioni lascerebbe esposta la fragilità interna del Paese, col
reddito delle famiglie logorato dalle posizioni di rendita che
impediscono ai prezzi di scendere e alla crescita di aumentare. Le
implicazioni dovrebbero riguardare le politiche di apertura dei
mercati e di ristrutturazione microeconomica già avviata, più che il
livello assoluto dell’euro e dei tassi d’interesse che in questo
momento riflettono gli squilibri strutturali americani e le incertezze
finanziarie globali. Entro poche settimane la Bce diffonderà le
informazioni sul credito bancario e solo allora sarà possibile
valutare il rischio di una crisi di sistema di dimensioni simili a
quella americana in cui una larga fetta dei mercati dei capitali non
sta più funzionando. Ma, secondo stime di mercato, se anche l’intero
volume dei commercial paper strutturati dovesse scaricarsi sui bilanci
delle banche europee, il loro capitale primario ne sarebbe toccato in
parte irrilevante. Vi saranno casi critici in singoli istituti, ma non
dovrebbe esserci una crisi di sistema se si salvaguarda la fiducia. A
questo fine il comportamento del Sistema europeo di banche centrali
dovrebbe essere quello seguito finora: intervenire con prestiti
interbancari per risolvere le crisi di liquidità, ma conservando un
orizzonte stabile sul medio termine, cioè rispettare l’obiettivo della
stabilità dei prezzi compatibile con il livello della crescita
potenziale e le condizioni di liquidità. Anche tra i banchieri
centrali di Francoforte c’è però un abuso di pedagogia quando
pretendono di poter trasmettere fiducia ai mercati con la sola propria
«stabile» condotta. Alcuni governatori europei sembrano addirittura
considerare un rialzo dei tassi solo rinviato, così come rialzi sono
stati approvati nei giorni scorsi da banche centrali europee esterne
all’euro. Tutti sanno che perfino la Bce oggi non è in grado di fare
previsioni consapevoli sulla crisi in corso, né sui rischi di un
crollo del dollaro. Un eccesso di ideologia muscolare sarebbe un
errore sconcertante dopo che quasi dieci anni di sapiente pragmatismo
francofortese hanno dimostrato la loro superiorità sulle astuzie della
Fed e della Banca d’Inghilterra.
Fonte:
www.lastampa.it
22.09.2007